Aleksandra Mir

Aleksandra Mir, Critica di un occidente

By Serena De Dominicis
Arte e Critica, #58, Rome, March 2009

Quella di Aleksandra Mir è una riflessione critica Sulla società odierna, sulle sovrastrutture del pensiero Occidentale, sulla rete di convenzioni stretta intorno all’umanità, mentre sullo sfondo corre il flusso quoti- diano della vita segnata da relazioni interpersonali, configurazioni politiche, meccanismi sociali, comunicazione mediatica. Passato e presente, storia e geografia si intrecciano in questo tentativo di destrutturazione perseguito a partire dalla revisione di schemi fallati e vecchie utopie, ma con uno spunto umoristico, per sovvertire giocosamente, tradire consuetudini, provare forme inedite di comunità. Anche a partire da un’inezia, come un libro di ricette culinarie che diventa un antimanuale cui può partecipare chiunque, The How Not To Cookbook, 2009. Con sguardo ai grandi fatti, invece, nascono il missile che non andrà mai da nessuna parte, l’enorme aereo gonfiabile destinato all’ancoraggio o First Woman on the Moon, un allunaggio al femminile su una spiaggia in Olanda...

Proprio la geografia, di per sé quanto di più convenzionale sia stato prodotto dalla cultura Occidentale, assume nelle mani dell’artista la fisionomia di uno strumento di “navigazione” dalla finalità perturbatrice – ed efficace due volte, portata a negare il senso stesso del concetto che la sottende – mezzo utile per problematizzare piuttosto che coartare. Sono numerose le sue carte tracciate a “Sharpie”, su grandi fogli di carta, e delineano luoghi inesistenti, destinazioni di fantasia, manipolano, snaturandoli, luoghi effettivi da ridiscutere, si soffermano su mitologie della modernità o si fanno mappe simboliche dell’invisibile. La cartografia come veicolo critico di affascinante disorientamento si palesa tra l’esplicito e il metaforico, tra panoramico e lenticolare, dalle isole mitiche o politiche di The World from Above (2003-04) e Church of Sharpie (2005) a Newsroom, (1986-2000, esposto nel 2007) topografia tipografica di una New York evaporata. Con oltre 200 prime pagine di giornali, questo lavoro registra 15 anni di vita cittadina (coincidenti con il periodo trascorso negli USA dall’artista) costruendo attraverso micronarrazioni del quotidiano una mappa della città prima del 9/11. Se la memoria si muove anche attraverso lo spazio, Newsroom è sì un frammento di storia, un omaggio-souvenir fatto ai newyorchesi médiante quei fatti di cronaca che ne hanno caratterizzato l’esistenza giorno per giorno, ma allo stesso tempo è un paesaggio locale collettivo. Quando Bourriaud la coinvolge in GNS-Global Navigation System, sfida sul terreno della consuetudine Occidentale a nominare tutto ciò che ci circonda agendo su Tokio, dove l’urbanistica non è organizzata sulla denominazione di ogni angolo di città, Mir – Naming Tokyo (2003) – sceglie di intitolare le vie guardando a Ovest, ma secondo un principio emozionale, partendo dalla lista dei propri amici. L’umanità al centro. D’altra parte tutti i suoi lavori finiscono col cercare relazioni, coinvolgendo numerosi gruppi di persone, piccole comunità, che siano assistenti attivi nell’esecuzione dei lavori o passanti ospitati sotto The Big Umbrella (2004), aperto e chiuso di cultura in cultura dalla Martinica a Copenaghen.

In una contrazione, i Mandalas (2007) rientrano in questo lavoro di mappatura che ha un’origine scientifica ma anche un risvolto emotivo, quasi una geografia dell’anima, un necessario viaggio interiore, e rimandano alle coordinate di un principio di universalità – ricorda l’artista stessa – assimilabile alla struttura infinitesimale di una molecola come ad un universo in espansione.